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Dissociazione

DISSOCIAZIONE

Il termine, preso a prestito dai francesi, indica la capacità di gestione delle diverse direzioni del tronco e dei piedi soprattutto in uscita curva. Con un semplice esercizio da fare in casa possiamo sensibilizzarci a questo importante elemento tecnico.

Si scrive «Dissociation» e alla francese si pronuncia «Dissosiasiòn»! Lo abbiamo sentito per anni sulle nevi delle 2 Alpes, utilizzato dai maestri locali. In effetti è un termine molto efficace, ormai entrato anche nel vocabolario tecnico ufficiale per definire la capacità di gestire l’azione dei piedi-spigoli nel regolare il grado di chiusura della curva, mentre il tronco e le spalle cercano l’uscita dalla stessa, determinando la giusta dinamica della curva in esecuzione e del collegamento con la successiva. Abbiamo già esposto nella puntata precedente ed in modo indiretto molti concetti legati a questo aspetto tecnico. In modo indiretto perché l’oggetto della puntata era particolarmente rivolto al fondamentale «centralità» (gestione dell’equilibrio antero-posteriore) e al rendere facile la prima metà di curva.

In questo articolo, parlando della dissociazione, andiamo a toccare il fondamentale «gestione delle rotazioni» relativo in particolare alle fasi di sviluppo e di chiusura della curva dalle quali poi dipende la bontà dell’ingresso nella curva successiva, integrata dall’idea di ricerca di perpendicolarità al terreno. Possiamo riprendere quasi pari pari una parte del testo della puntata precedente, con piccole integrazioni in funzione dell’argomento di questa: «È importante imparare a percepire e visualizzare i percorsi dei piedi e delle spalle e a tenerli sotto controllo entrambi.

Foto 1 Foto 2 Foto 3

Foto 1-3: Dissociazione.
La direzione dei piedi e quella del busto si discostano durante la curva. Mentre i piedi controllano la tenuta ed i carichi, il tronco cerca la fase di cambio e va ad incrociare la traiettoria dei piedi in modo naturale, guidato dallo sguardo e dalla volontà di risolvere la curva e uscirne.

Proviamo nella fase di massima inclinazione a sentire il piede esterno e la gamba esterna forti, sentendo questa forza che cresce durante lo sviluppo della curva (il piede interno percepiamolo nettamente inclinato-leggero-tagliente”). Monitoriamo contemporaneamente la traiettoria delle spalle che insieme all’inclinazione di tutto il corpo contribuisce all’equilibrio durante la curva. Con la volontà di uscire da quella curva con la migliore scelta di tempo (come quando in auto capiamo che è ora di allentare il volante per raddrizzare), lasciamo che le spalle comincino a cercare l’uscita dalla curva, come a voler andare a scavalcare i piedi, sporgendosi in avanti e lateralmente, anticipando l’avanzamento per la ricerca di perpendicolarità al terreno nell’ingresso della nuova curva. Ogni volta che il piede esterno va a far presa, la massa del tronco deve voler andare a scavalcarlo. L’idea deve essere quella che mentre il piede sviluppa tenuta il tronco deve cercare l’uscita da quella curva.

Esattamente come quando corriamo, ogni passo è eseguito in funzione del successivo.

E questa idea deve partire prima ancora che il piede trasmetta i «grandi carichi». Non c’è più molto da dire al riguardo e non servirebbe dire di più. Ma non è una cosa immediata e la «dissociazione» ha bisogno di essere capita e percepita proprio «fisicamente». C’è un esercizio semplicissimo da fare in casa. Basta avere due sedie robuste. Si dispongono le sedie con gli schienali contrapposti e le si distanzia quanto basta per sostenersi in sospensione con le mani sui due schienali e con la forza delle braccia. In questo modo le spalle sono bloccate. Diciamo per convenzione che il petto è rivolto verso le ore 12.
Prima fase: mantenendo le gambe «penzoloni», pensiamo a una curva a destra dove ci serve tanto spigolo ed incliniamo i piedi il più possibile per una decisa presa in curva a destra; sentiremo una forte autonomia dei piedi rispetto alle tibie, con la capacità di avere una propria forte inclinazione indipendentemente dall’inclinazione delle tibie e di tutto il corpo (quando sciamo cerchiamo di sfruttare sempre questa proprietà e sviluppiamola durante la curva).
Seconda fase: mantenendo i piedi fortemente inclinati, ruotiamo gli arti inferiori concentrandoci sulla rotazione delle cosce in senso orario, assecondata con una leggera flessione delle gambe (quando sciamo sfruttiamo sempre questa possibilità di dare direzione alla parte bassa del corpo mediante la rotazione delle cosce e con i piedi sempre forti).
Terza fase: lasciamoci atterrare sul pavimento mantenendo piedi-caviglie-spigoli in presa assolutamente solida, orientati verso le ore 14 (quando sciamo rendiamoci sempre conto che lo sviluppo e il mantenimento di inclinazione dei piedi anche sotto carico determina una solidità assoluta degli arti inferiori ed una forte stabilità del bacino).

Un’accortezza importante: nella fase «due» quando ruotiamo le cosce, attenzione a non ruotare il bacino quanto o addirittura più delle cosce; teniamolo fermo, come a volerlo bloccare insieme alle spalle. Con queste tre fasi ripetute per qualche decina di volte, alternando curva a destra e curva a sinistra e soffermandosi su ogni atterraggio potremo allenare molto la percezione della presa di equilibrio in una situazione di differenza di direzione arti inferiori-tronco e di solidità in presa di spigolo. Con una compattezza generale che sarà piuttosto immediato trasferire sugli sci.

Foto 4 Foto 5 Foto 6 Foto 7

Foto 4-7: Esecuzione.
1) In sospensione tra due sedie inclinare solo i piedi, cercando lo spigolo per la curva a destra.
2) Mantenendo i piedi inclinati flettere leggermente le gambe e ruotare le cosce in senso orario.
3) Lasciarsi cadere a terra bloccando la caduta con i piedi-caviglie in forte presa di spigolo.
4) Constatare la solidità dell’equilibrio funzionale allo stesso tempo alla chiusura curva ed all’anticipo dell’ingresso nella successiva.

Si può aggiungere una quarta fase: eseguire l’atterraggio non più rimanendo fermi sul posto, bensì proiettandoci in avanti come ad entrare nella nuova curva, ricercando la perpendicolarità al pendio. Se poi avessimo un piano inclinato disposto sotto i piedi, come se fosse la pista che stiamo percorrendo, la simulazione della solidità della presa di spigolo, della solidità dei piedi anche in fase di svincolo e della proiezione in avanti verso la discesa per l’ingresso nella nuova curva, sarebbero ancora più «illuminanti».

Importante: l’idea di voler scappare da «questa » curva verso la successiva deve nascere ancora prima del lasciarsi atterrare, in modo che l’atterraggio abbia una dinamica «a risolvere la curva scappandone via». Senza aspettare di capire se la curva è riuscita bene o male; ne deriverebbe una sciata statica, alla semplice ricerca del classico «busto a valle», probabilmente con degli evidenti cedimenti a livello di bacino e sicuramente senza quella brillantezza data dall’anticipare l’intenzione del venir via dalla curva ancora prima che i piedi trasferiscano energia al terreno.

Battezzata h. 12 la direzione della massima pendenza il tronco la mantiene come riferimento con le spalle che vogliono uscire verso h. 12 mentre i piedicaviglie-spigoli chiudono le curve a h. 14 e h. 10.

Per tornare sul nostro tema, la cosa comunque importante all’inizio è quella di allenarci alla dissociazione e di farlo per allenamento fino alla massima escursione. In questo modo avremo percezioni ad ampio spettro e all’interno di questo potremo servirci della quantità di dissociazione strettamente necessaria.

Attenzione quindi a non enfatizzarla inutilmente, magari pensando che sia un elemento estetico qualificante e che «più ne faccio, più son figo»…

Lasciate perdere l’estetica, lo sci è bello quando il gesto è ben coordinato e con buoni tempismi esecutivi, con la giusta intensità e le giuste misure, proporzionato alle esigenze. Chiedereste all’allenatore di calcio o di tennis o di pallavolo o di judo di vostro figlio di curargli l’estetica?

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